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Incontro con Francesco Palasciano - Reduce di Guerra

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francesco-palascianoINCONTRO CON FRANCESCO PALASCIANO
REDUCE DI GUERRA

Oggi è stata una giornata “speciale” perché abbiamo ricevuto una grande “lezione di vita” dal sig. Francesco Palasciano, invitato nella nostra scuola per parlarci del “perché” della guerra e di “cosa succede” in guerra, lui che l’ha vissuta per 7 anni, di cui 2 prigioniero dei tedeschi.
L’invito è stato rivolto a completamento delle attività sulla “Giornata della Memoria” che ci vede coinvolti in modo attivo. Infatti,  presi dalla curiosità di sapere, ci siamo messi alla ricerca di materiale inerente questo argomento, anche chiedendo a nonni e parenti anziani o facendo ricerche.
Il sig. Palasciano ha accolto volentieri l’invito a raccontarsi e, per tutto l’incontro, sembrava “un … fiume in piena”. 
Che cosa è successo?
Il signor Palasciano così ci racconta.
“Nel 1940 è scoppiata la guerra. L’Italia, la Germania, l’Austria e il Giappone formarono un’alleanza (Asse) seria per combattere contro l’Inghilterra e la Francia, popoli benestanti.
La Germania aveva iniziato prima di noi. Aveva invaso la Polonia e il 10 gennaio entrammo noi alleati della Germania e in un mese conquistammo Parigi. Le cose andavano bene. In seguito occupammo anche i Balcani e si combatteva in Egitto. In Italia c’era il re e il Capo del Governo era Benito Mussolini .

Però, non era stato previsto che contro di noi si alleassero la Russia e l’America.
Io fui richiamato il 1 giugno 1940 e mi mandarono in Albania dove c’erano bombardamenti dappertutto. Noi dopo la conquista della Francia volevamo arrivare anche a Londra. Ma, l’Italia si è trovata subito in difficoltà perché per la sua posizione geografica al centro del Mediterraneo era quella che subiva danni maggiori.
Poi scoppiò la guerra in Grecia e fu una tragedia perché mentre si pensava che sarebbe stato facile la Grecia si era preparata per bene e l’inverno del ’40 fu triste perché molti soldati rimasero nella neve e nel gelo con i piedi congelati. Poi intervenne la Germania. Noi abbiamo combattuto fino all’ultimo, l’Asse doveva essere sicuro e rimanere uniti. Invece noi Italiani abbiamo commesso un errore, abbiamo mancato di parola e incominciarono i guai. Gli Americani sono sbarcati in Sicilia nell’estate 1941. Noi che eravamo in Albania rimanemmo sbandati (eravamo in 120.000).
Una mattina vennero tre soldati che non conoscevamo (a Durazzo) e chiamarono tre nomi tra cui io. In pochi minuti ci intimarono di presentarci all’uscita, siamo saliti su un camion, ci siamo fermati su un terreno arato e pulito dove erano posizionati due sgabelli.
In seguito alla resa, Mussolini mise la legge marziale: per chi non aveva fatto il proprio dovere c’era la pena di morte. Eravamo in 300 e uno mi chiese se volevo fare parte del plotone di esecuzione. Io risposi che non avevo pallottole perché non volevo uccidere persone. Un altro, invece, rispose:<<Vengo io, vengo io …>>. Arrivarono due carabinieri con due soldati che furono fatti sedere sugli sgabelli, il plotone era pronto, c’erano gli ufficiali che lessero la sentenza e poi l’esecuzione prima di fronte e poi di spalle. Fu letta la motivazione: essi avevano venduto ai partigiani albanesi armi, munizioni e notizie relative agli spostamenti. In seguito alle leggi marziali in Italia c’era la rivoluzione.
L’8 settembre l’Italia si staccò dall’Asse, si arrese senza avvisare gli alleati e firmò l’armistizio con l’Inghilterra, la Francia e l’America. Noi eravamo contenti perché a breve saremmo ritornati a casa: chi cantava, chi si ubriacava … Il nostro colonnello, invece, ci chiamò e ci disse:<<Ragazzi, ci troviamo in un brutto momento. Io sono preoccupato. Non abbiamo ospedali, niente da mangiare e neanche un comando>>.
Infatti, il re Vittorio Emanuele era scappato mentre Mussolini era stato arrestato. Eravamo un po’ sbandati ma cercammo di restare uniti e si camminava notte e giorno portandoci dietro solo un cappotto, una coperta e un telo per tenda. Passammo due mesi così, si dormiva per terra, non si potevano fare neanche più le tende.
L’8 novembre 1943 ci trovammo di fronte i Tedeschi. Alla loro vista incominciammo a scappare e i Tedeschi ci sparavano. Io e altri per salvarci ci buttammo a terra perché a terra era più facile sfuggire ai colpi ma, fummo raggiunti. I Tedeschi ci presero urlandoci:<<Banditi e traditori, per voi c’è la decimazione>>. Decimazione significava che per ogni tedesco ucciso, ne sarebbero morti 10 di noi. Ci portarono in un capannone (eravamo in 400) una settimana senza cibo né acqua. In mezzo a noi c’erano anche degli ufficiali italiani che furono minacciati dai soldati. Erano scene poco piacevoli. Dopo una settimana ci hanno portati fuori. Io mi trovavo in un gruppo di 120 in un camion viaggiammo tutta la giornata. A sera abbiamo avuto 1 kg di pane e una scatoletta di carne per tre persone e ci dissero di farci le tende e abbiamo passato la notte. La mattina ci siamo rimessi in cammino e ci siamo fermati nei pressi di un terreno dove c’erano pale e picconi per scavare delle buche anticarro. Noi ci siamo rianimati. Ci dettero le misure (6 m di larghezza e 3 m di profondità) divisi in squadre di sei persone. A sera poche squadre avevano completato il fosso. Ci hanno portati alle tende e avevamo fame. Il pane che avevamo avuto la sera precedente ci doveva servire per tre giorni. Poi cambiarono sistema: tutti quelli che completavano il fosso avrebbero avuto un kg di pane ogni 5 persone e un mestolino di acqua appena condita, gli altri no. Ci furono anche delle liti tra noi e dei colpi col badile perché c’erano quelli che lavoravano e quelli no. I Tedeschi intervenivano con le fruste e dicevano:<<Vi dovete massacrare, giustizia di popolo>>. Questo, fino a luglio 1944.
Poi ci portarono nel Kosovo, a Pec e qui ci misero a riparare strade. Il 7 agosto 1944 due aerei inglesi ci vennero incontro, uno era in fiamme (un monomotore) cadde a 50 metri da me e si bruciò. Nessuno intervenne.
Nell’ottobre 1944 si parte a piedi per Vienna. Non avevamo più scarpe. Io avevo ciabatte costruite con tavole legate alla meglio. Ci mettemmo in cammino facendo oltre 20 km al giorno, la sera ci chiudevano in stalle, molto spesso tanto umide da costringerci a rimanere in piedi. Da mangiare non c’era quasi niente. Molti, durante il cammino, persero la vita in quanto, dal momento che ai lati delle strade c’erano dei terreni coltivati a barbabietole e zucche, si allontanavano e venivano fucilati. Questo si ripeteva spesso. A me accadde che, camminando, una donna mi offrì un pezzo di pane ma un tedesco che era dietro di me se ne accorse e mi dette un colpo di frusta sul naso. Io, per bloccare con la mano il sangue che colava dal mio naso, passai il pezzo di pane al mio vicino, pezzo di pane che non rividi più.
Come Dio volle arrivammo a Vienna 700 km in un mese (febbraio 1945). Lì ci chiusero in un campo di concentramento e ci misero di nuovo a scavare fosse anticarro e c’erano le SS che ci frustavano come bestie perché dovevamo fare sempre di più. Certamente, non potevamo reagire.
Ci portarono, quindi, in Cecoslovacchia al freddo a lavorare in un bosco, a caricare e scaricare munizioni. A marzo, sempre in Cecoslovacchia, ci fecero lavorare in una grande officina, dove c’erano diversi attrezzi e avevamo una mitraglietta sugli scaffali sempre a portata di mano. Qui eravamo addetti alla manutenzione dei camion e imparammo molto dal 15 marzo alla metà d’aprile.
Una mattina i Tedeschi erano spariti e a mezzogiorno arrivarono quattro partigiani cecoslovacchi, ci portarono dei soldati tedeschi disarmati e ci dissero:<<Questi sono i vostri persecutori, potete fare di loro quello che volete>>. Infatti, 4 si avventarono contro e gli tolsero quello che avevano. Altri italiani che guardavano ordinarono loro di non toccare niente, apostrofandoli come “maramaldi”. Il pomeriggio arrivarono i Russi con tante munizioni e armamenti. C’era un russo su una camionetta che non andava avanti. Io mi avvicinai, vidi questa camionetta, andai in officina, pulii e misi in moto la camionetta e feci 5-6 giri nel piazzale. Il russo venne vicino a me, diceva tante parole ma io non capivo, capii quando mi si avvicinò e mi baciò le mani.
I Russi ci presero, ci fecero visitare dal medico, ci fecero fare un bagno, ci facevano fumare anche se le sigarette che preparavamo da noi con le foglie di tabacco e pezzi di carta. Ci davano 1 kg di pane ogni 5 persone. In piazza avevano improvvisato una cucina dove potevamo mangiare tre volte al giorno ma il cibo era immangiabile. Conteneva anche sabbia e carne avariata, sceglievamo i piselli tra la sabbia.
I primi giorni di agosto avevano preparato un treno per Odessa, c’erano anche soldatesse. Avvenne che il 6 agosto 1945 l’America lanciò la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki e l’8 agosto i Russi ci portarono sul Brennero per ritornare a casa. Ricordo che era una sera piovosa e buia tra liti, bestemmie e rumori.
La mattina i Russi erano spariti ed eravamo in mano agli Americani che ci mandarono a casa”.
Poi siamo stati noi ragazzi che abbiamo delle domande. All’inizio eravamo un po’ intimoriti davanti a tanta saggezza, poi però …

Quanti anni aveva lei quando partì in guerra?
Avevo 22-23 anni.

Le fosse che scavavate erano per far cadere dei carri?
Sì. Quando i carri cadevano nelle fosse, erano costretti a fare delle manovre per uscirne e loro ne approfittavano per spararli.

C’erano donne?
No.

Le bombe venivano lanciate dappertutto?
Sì, le bombe venivano lanciate dappertutto dagli aerei. Solo Roma “città aperta” non si poteva bombardare perché disarmata.

C’erano dei cecchini tra i tedeschi?
Sì.

Quante ore al giorno lavorava lei?
Dall’alba al tramonto, tutti i giorni.

Cosa mangiavate?
Mangiavamo ghiande, erbe crude, granturco ammuffito, tartarughe schiacciate e appena bollite. La fame era tantissima.

C’era invidia tra voi soldati?
Sì, perché c’era chi lavorava e chi no ed è per questo che a volte c’erano liti. C’erano liti anche per il pane che era scarsissimo.

È venuta mai l’idea di rubare i fucili?
No, i fucili i tedeschi ce li tolsero.

Il plotone di esecuzione come si formava?
Si formava con soldati volontari.

Ricorda un altro episodio particolare?
Ne ricordo tantissimi di episodi molto dolorosi, ci vorrebbe un mese con voi per raccontarveli tutti.
Un giorno i Tedeschi ci dissero che ci avrebbero portati alla disinfezione (eravamo in 400). In ospedale ci dissero di spogliarci, fare un fagotto dei nostri panni da mettere nel forno, tenere solo la roba in metallo (la gavetta, le posate, le scarpe, la cintura …). <<Ora vi diamo da mangiare>>, ci fu detto. Ci fecero attraversare di corsa e al buio un corridoio dove c’erano due tedeschi con la frusta. Ogni 10 di noi avevamo 1 kg di pane e una scatoletta di carne e si arrivava in una stanza buia. Quando arrivò la luce il pane era a terra sbriciolato, qualcuno era riuscito ad aprire la scatoletta. Così arrivò un po’ di calma ma molti avevamo ferite alle mani e al corpo. Ci dividemmo quello che era rimasto delle scatolette. Tornammo nel locale dove c’erano gli indumenti e io fui fortunato perché ritrovai il mio fagotto, legato con filo di ferro, mentre molti non trovarono più la loro roba o perché si era sciolta al calore del forno o perché si era rovinata.
Ci portarono in Cecoslovacchia in ospedale per la doccia, una doccia così grande che ne entravano 10 alla volta e ci dettero anche il sapone. Allora entrarono due suore con una coppa di riso. Tutti ci lanciammo sulla coppa con tanta violenza che il riso in un primo momento lo vedemmo volare e poi sparpagliato sul pavimento. Le suore, atterrite, fecero in tempo a scappare.

Lei è stato mai ferito?
No. Però ho rischiato varie volte. Il 10 agosto del ’44 a mezzogiorno ci fu un bombardamento aereo di breve durata, i lampi coprivano il cielo e fui circondato da un quadrato di quattro bombe. Io feci appena in tempo a buttarmi a terra e dopo mi trovai coperto di detriti. Mi alzai senza alcuna ferita e mi misi a correre e, mentre correvo, mi sorpassarono due camionette tedesche piene di morti e feriti che sembravano stracci, colava il sangue e bagnava la strada. Tornammo in paese il giorno dopo, era deserto, con case sventrate e animali morti, colpiti dalle bombe. Noi riuscimmo a riunirci, ma 10 mancavano. Che facciamo? La prima cosa che ci venne in mente fu di andare alla stazione ferroviaria e qui chiedemmo notizie dei Tedeschi che si trovavano a una ventina di km da noi. Un albanese che parlava italiano ci consigliò di consegnarci ai Tedeschi altrimenti ci avrebbero ritenuti sciacalli e, sicuramente, avremmo avuto altri guai.. Infatti, ci rimettemmo in cammino per andare dai Tedeschi che, di nuovo, ci misero a lavorare, ci fecero spianare strade anche tagliando degli alberi e ci fecero deviare un fiume nonostante la gente del posto piangeva ma gli ordini erano quelli.
Nei primi giorni di settembre ci fu un altro bombardamento, spiantarono oltre 100 m di ferrovia, noi stavamo vicino. Proprio allora ci hanno chiusi in due vagoni trattati come bestie e abbiamo camminato per 2 giorni e 2 notti. Ci trovavamo a Belgrado in Iugoslavia e, per oltre un mese, ci misero a lavorare facendoci sgombrare dei magazzini di radio, di tessuti e altro e caricavamo questi materiali sui camion e poi sul Danubio per essere trasportati in Germania.

Lei ha mai pensato di scappare?
Non si poteva scappare. In Albania potevano scappare ma per andare dove? Gli Albanesi erano ancora più cattivi dei Tedeschi.

In quanti siete tornati a casa?
Io sono rientrato a casa da solo ma dopo di me ne tornarono altri. Ricordo che indossavo una giubba polacca, dei pantaloni tedeschi e avevo trovato un cappotto nuovo tedesco che feci mettere a posto da un sarto alberobellese e indossai per 2-3 anni ancora.

Durante la guerra cosa succedeva ad Alberobello?
Anche ad Alberobello c’era miseria. Non c’era niente. I negozi erano vuoti e c’era il mercato nero dove la roba si pagava 100 volte in più.

Lei ha mai sparato?
No, io ho sparato solo durante le esercitazioni ma contro il nemico mai.

Oltre a lei, c’era qualcun altro di Alberobello?
Eravamo in tre io, Donato Marangi e Giovanni Conserva.
Donato Marangi era con me in Albania. Una mattina due Tedeschi di un altro reparto vennero a chiedere la disponibilità per un lavoro a uno di noi, a cui avrebbero dato poi 1 kg di pane. Il primo a farsi avanti fu proprio lui, Donato, e seguì questi tedeschi,. Dopo una quindicina di minuti, sentimmo uno scoppio e ci fu una grande fiammata. Marangi non tornò più tra noi. Sicuramente, pensammo, c’era una bomba inesplosa (durante la notte c’era stato, infatti, un bombardamento) e i tedeschi (che non avevano tra loro artificieri) approfittarono di uno di noi per rimuovere la bomba che, quindi, era scoppiata. Infatti, sul Monumento dei Caduti in Piazza del Popolo ad Alberobello ci sono due lapidi dedicate ai caduti e ai dispersi. Marangi è tra i dispersi. Di lui non fu trovato mai più niente, nemmeno la piastrina di riconoscimento.

Avevate notizie sugli altri campi di concentramento e su quello che succedeva in questi campi?
No, non si poteva comunicare. Si è potuto fare solo i primi tre anni di guerra.
La sua famiglia aveva notizie?
All’inizio della guerra c’era stata corrispondenza, poi più niente negli ultimi due anni. Però, mio padre prendeva una pensione minima.

Lei, nonostante tante umiliazioni, ha imparato qualcosa?
Vi racconto che, in Ungheria, un giorno venne l’interprete russo. Ci disse di radunarci in piazza perché un generale russo voleva incontrarci. Venne e si fece un giro, ci guardò dalla testa ai piedi, si fermò e ci disse:<<Italiani, Italiani, mi fate pietà! A che cosa vi è servito portare la guerra in Francia, in Inghilterra, in Egitto …? Vi do un consiglio: ora che tornate alle case vostre cercate di essere degli onesti cittadini, dei buoni lavoratori e dei bravi padri di famiglia>>.

Possiamo fare qualcosa per evitare le guerre?
Tutti possiamo fare qualcosa. In tempo di guerra il ricco diventa ancora più ricco e il povero ancora più povero e questo non è giusto e non è mai stato giusto. La guerra è come una “tempesta”, chi si spoglia e chi si veste. Tempo di guerra più chiacchiere che terre. La guerra è cultura, una cultura che non deve esistere e che è da emarginare.
Ricordate che la guerra non è mai bella. Ci fa perdere le persone a cui vogliamo bene e comporta tanti disastri. È l’eterna lotta tra capitale e lavoro. Bisogna evitarla a tutti i costi. Ricordatelo!

Grazie signor “Ciccio”, siamo stati bene oggi con lei anche se abbiamo ascoltato fatti che fanno rabbrividire. Sono incredibili e, se non ci foste diversi di voi ancora a raccontarceli, nessuno ci crederebbe. Ma, come dice Anna Frank nel suo celebre “Diario” anche noi, nonostante tutto, continuiamo a credere “nell’intima bontà dell’uomo”.
Grazie, conserveremo nel nostro cuore il ricordo di questa mattinata ed un giorno, sicuramente, racconteremo ai nostri figli di quel “nonno di 98 anni” che un giorno di gennaio del 2013, in quinta, ci raccontò molti momenti della “ guerra” da lui vissuta. Non scorderemo mai di come i suoi e i nostri occhi erano … umidi e la “gara” che abbiamo fatto per accompagnarla all’ingresso. Non dimenticheremo nemmeno le sue ultime parole in auto mentre era in procinto di andar via:
” Sono stato benissimo con voi! Grazie perché porterò il ricordo vostro e di questa giornata con me il giorno in cui raggiungerò l’aldilà!”.

Arrivederci Ciccio!

                       Ragazzi classi quinte Sezioni D ed E Scuola Primaria “M.La Sorte”

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